Queste vacanze, mi sto divertendo molto.
Passo il tempo raccontando in giro che, di lavoro, faccio l’attacchino. Quello che attacca i manifesti sui muri, sui cartelloni, nelle metropolitane.
All’inizio, la gente fa un’espressione un po’ tirata, questo qui, l’attacchino?, ci prende per il culo. Io li guardo serio e sembra che sono sul punto di offendermi e ripeto umile: “l’attacchino”.
Poi continuo:
- “Che poi detto così – l’attacchino – fa ridere, lo so, ma è un lavoro divertentissimo. Ora lasciate stare che si lavora soprattutto di notte, e la colla che puzza, e lo spazzolone, ma si fanno delle esperienze entusiasmanti. Io poi ho attaccato cartelloni per Ramazzotti tour 2004, per Grease, mi sono fatto tutta la campagna elettorale dell’Italia dei Valori, ho seguito personalmente la candidatura della Moratti e una cifra di pubblicità progresso. L’ultima quella degli incidenti.”
- “Quella bella con gli omini stesi tutti per terra?”
- “Attaccata io.”
Questa estate sto facendo un sacco di amicizie.
Scendo dalla carrozza e mi ritrovo sulla banchina della stazione di Treviso Centrale. Sono solo, non fosse per un cucciolo di westie che mi ringhia addosso da dietro una cancellata. Gli mostro i denti in un’espressione da squilibrato e l’animale impazzisce di rabbia. Mi allontano continuando a fissarlo e a mostrargli i denti nello stesso ghigno da pazzo.
- “Non ha niente di meglio da fare?”, mi domanda una signora mimetizzata ad un lampione.
Mi faccio serio. Sto per dire qualcosa tipo “ha cominciato lui”. Scelgo di dileguarmi in silenzio.
E’ quasi l’una di notte.
Mi sento spossato. Il proposito di studiare le carte durante il viaggio, in vista dell’incontro di domani, è stato frustrato dalla compagnia di un signore raggrinzito seduto di fronte a me, desideroso di farmi avere notizie della figlia.
- “Una ragazza molto, molto in gamba, un chirurgo affermato, attenzione si dice chirurgo anche se lei è una donna, e che donna, bella, di carattere, non ci vediamo da quattro anni, da quando è morta la madre, non mi vuole più vedere, chissà per che colpe poi, rivangare il passato non ha senso, certe storie sono chiuse. O no?”
- “Mi spiace, mi spiace davvero”, ho detto sovrappensiero e, nel tentativo di troncare lì la conversazione, ho aggiunto: “La vita alle volte…”
Cosa fa la vita alle volte?
- “Sa essere crudele”, ha terminato l’anziano, fissandomi nel riflesso del finestrino.
- “Crudele. Esatto”, ho ripetuto, ricambiando lo sguardo.
Mi sono sentito inquieto. Alzandomeli all’altezza degli occhi, sono tornato ai miei fogli.
- “Però è in gamba, sa, un chirurgo, trentacinque anni e già opera, tutto, pance schiene facce, il cuore non si può, ci vogliono le specializzazioni particolari.”
- “Gliel’ho detto. La vita alle volte sa essere crudele”, ho provato di nuovo a chiosare.
Crudele. Guardo il vecchio che ora scruta incuriosito una goccia di condensa sul soffitto dello scompartimento, mugugnando qualcosa. Guardo i miei vestiti completamente spiegazzati. Guardo i fogli del fascicolo, sempre più offuscati ai miei occhi.
Crudele.
All’altezza di Montecchio Maggiore, stremato da racconti di oscure colpe passate, ho deciso che tanto valesse cercare di riposare. Ho chiuso gli occhi nel tentativo di mettere a tacere il vecchio e, dopo una ventina di minuti trascorsi sforzandomi di non aprirli, devo essermi assopito davvero. Così suppongo, non tanto per il fatto che mi sono svegliato riposato – tutt’altro – quanto perché, al mio risveglio, sul risvolto sinistro della giacca ho notato un rivolo di saliva in fase di allargamento. Mi sono passato una manica sulla bocca e mi sono guardato intorno imbarazzato. Ma ero rimasto solo. Il viaggio è proseguito tranquillo. Nessun anziano, nessun chirurgo, nessun documento da analizzare. Solo io e la mia saliva che andava seccandosi sulla giacca.
La stazione di Treviso è un’oasi ferroviaria. Tranquilla, piccola, in centro città.
Da lì, mi dirigo a piedi verso l’albergo, un modesto tre stelle, scelto per non caricare il cliente di troppe spese. Non ci faccio molto caso di solito. Nelle trasferte lascio da parte ogni pudore: chiedo alla segretaria di selezionare i migliori alberghi, nelle zone più esclusive, e prenotare quello con il nome più lungo. A Parigi ho alloggiato al Best Western Etoile Saint Honorè Hotel. A Londra all’Hyatt Regency London The Churchill Hotel. A Roma all’Aleph A Boscolo Luxury Hotel. Ma qui a Treviso non me la sono sentita. Di nomi lunghi non ne abbiamo trovati.
- “Duchesne”, esordisco. “Ci dovrebbe essere una stanza prenotata a mio nome.”
Una graziosa signorina intorno ai trent’anni mi accoglie alla reception, mostrandomi con uno sbadiglio, trattenuto senza convinzione, una certa impazienza per il mio arrivo. Dietro di lei, in bilico sopra ad un ripiano, penzola un’aquila imbalsamata nella posa di chi in fondo se l’aspettava.
- “La stavamo aspettando”, dice guardando l’orologio. “Un po’ prima, magari.”
- “I treni. I soliti ritardi”, provo a giustificarmi.
- “Ha un documento con sé?”
Glielo porgo.
- “Non faccia caso alla foto”, dico appoggiando un gomito sul banco. “Quel giorno mi ero svegliato da poco e non le dico la sera prima, altri tempi quelli, pensi che…”
Ma la signorina mi restituisce la carta d’identità senza nemmeno aprirla e i miei tentativi di mostrarmi brillante naufragano sulla frase: “La colazione viene servita dalle 8 alle 10”. E’ stato il nostro unico scambio di battute. Il giorno dopo, al check-out, avrei trovato ad attendermi un obeso con la barba a chiazze e il dialogo non sarebbe andato molto più in là di:
- “Frigo bar?”
- “Le noccioline”.
Salgo al primo piano, apro la porta e mi lascio cadere a corpo morto sul letto. Rimango alcuni minuti immobile, guardando gli ornamenti sul soffitto, poi mi rialzo a fatica e, lentamente, comincio a spogliarmi. Con i calzini ancora addosso e la camicia sbottonata per metà, mi accomodo sul gabinetto per orinare, tenendo tra le mani una bustina di arachidi tostate, troppo stanco per farlo in piedi, troppo affamato per aspettare di mangiare. Sgranocchio le noccioline e sento la nostalgia di Milano impossessarsi di me. Un uomo sul gabinetto di un albergo che rosicchia noccioline è un uomo molto solo, penso. L’influenza di Giuseppe partorisce risultati.
Nel giro di pochi minuti ho lavato i denti, ho infilato una maglia e sono sotto le lenzuola cercando di dimenticare che non ho letto ancora nulla dei documenti che dovrei conoscere per la riunione di domani. Agguanto il telecomando e accendo la televisione. Digito il numero 125 – codice della stanza – seleziono tra le diverse opzioni e il film ha inizio. In un aeroporto, un ragazzo ben vestito, con ventiquattrore e giornale, attende all’uscita 13 che si proceda all’imbarco. L’imprevisto è dietro l’angolo. Un’addetta alle pulizie gli si avvicina. L’uomo la invita in uno sgabuzzino. La ragazza gli mette la mano sui pantaloni. Lui le lecca il collo. Intanto che l’uomo dai genitali innaturalmente glabri sfila le mutande alla ragazza che fino a pochi minuti fa era una semplice addetta alle pulizie dell’aeroporto ed ora è piegata in una posizione che – così a prima vista – non mi sembra naturale, la mia testa si fa pesante, mi appoggio su una guancia e prendo sonno serenamente.
Qui in drafting session, il tempo scorre lento.
Sto legando molto con un avvocato romano, advisor delle banche. Grasso, sempre paonazzo, con un grosso tatuaggio sull’avambraccio. Se si scalda, balbetta. Qualche volta lo prendo in giro.
- “Ehi, Co-co-co-consob, come stiamo?”
- “Va-va-va-ffanculo”, risponde lui.
Poi mi scaglia una pacca fortissima sulla spalla e mi dice grande Duchesne, senza mai balbettare. Scendiamo di un piano, gli offro il caffé alla macchinetta e lo ascolto. È un appassionato di complottistica e teorie strane. Sa tutto di massoneria, colpi di stato orchestrati ad arte, occultismo, autopsie di alieni. Quando attacca a parlare non lo si può fermare. Sull’11 settembre, neanche a dirlo, fiocca di ipotesi. Dice che c’è pure un fumetto di Topolino che aveva già tutto in nuce.
- “Tutto cosa?”, lo provoco io, “su, su, non dire cazzate”.
- “Cazzate? A-a-a-ltro che cazzate. Disney era una massone, lo sanno tutti. Co-co-con i suoi film, i fumetti e tutto il resto non faceva che fa-fa-fare passare messaggi in codice.”
- “Adesso non mi tirerai mica fuori la solita storia di Bianca e Bernie e la donna con le tette di fuori.”
- “Bianca e Bernie, bravissi-si-si-mo. Ma fo-fo-fosse solo quello. Per dire, hai mai notato che To-to-topolino è uguale a Minnie? To-to-togli sopracciglia e abiti, e sono proprio u-u-u-guali. E pure Paperino con Paperina, Trudy con Gambadilegno. È come se la Disney veicolasse un messaggio ra-ra-razzista, mogli e buoi dei paesi tuoi.”
- “Ah. Ecco.”
Ho pensato agli investitori italiani. Questo è l’uomo che sta curando i loro interessi. Poi uno dice che manca la fiducia nella ripresa dei mercati.
Io sono un avvocato.
Ogni tanto ci penso e mi dico porca miseria sono proprio un avvocato. Non tanto come titolo, proprio come persona. Mi esprimo da avvocato, ragiono da avvocato, mi comporto da avvocato.
Così, capita che sono ad una cena, gente che non conosco neanche troppo bene. Sento un tizio che si lamenta, che non era possibile, che si era allontanato due minuti, proprio due, e se non erano due esatti, comunque non più di mezz’ora, e, tac, multa. Tutti intorno a dire eh, già, scandaloso, lì è il Comune di Milano che manda le direttive, la multa come tassa, ah io le multe le pagherei volentieri ma se sono per le cose giuste e invece ci sono le stragi del sabato sera e nessuno dice niente, e i sassi dal cavalcavia? beh quello è anche un po’ la società di oggi. Io ascolto, bevo la mia birra, mi guardo intorno. Poi schiarisco la voce e parlo.
- “Quella multa lì, lo sai che facciamo, quella multa noi la impugniamo.”
Anche con i miei genitori. Mi raccontano che sono due mesi che Alice non funziona, non si connette e se si connette, ecco che la linea cade dopo neanche cinque minuti. Mia mamma ha cominciato ad usare le mail da poco, ci rimane male. Dice mi piacerebbe anche scriverti ogni tanto, che so che al lavoro sei sempre lì sul computer, potrei girarti le barzellette che mi manda la Laura, la mia collega, divertentissime, ti distrai un po’, fai un sorriso, e invece chiamiamo l’assistenza e quelli non rispondono e se rispondono non ci aiutano e se cercano di aiutarci ci chiedono cose che noi non capiamo. Io ascolto, poi schiarisco la voce e parlo.
- “Quelli lì della Telecom gli facciamo passare un guaio, aspetta solo che butto giù due righe io, lasciatemi fare.”
Poi è la volta del mio amico Aldo, che lavora in una nota banca d’affari. Dice dovresti vedere poi le mail del capo, cioè, ormai solo insulti, due richiami ingiustificati, incarichi dequalificanti, sono tre giorni addirittura che sono senza computer, non c’è il tecnico dicono, il tecnico, guarda prima o poi,li mando tutti a fanculo. Io ascolto, poi schiarisco la voce e parlo.
- “No, no, no, no, no. Tu devi rimanere lucido. Mobbing, tipica fattispecie di mobbing. C’è fior fior di giurisprudenza sul punto. Qui ci esce una bella causa. Ti faccio parlare con un mio collega. Gli do la tua mail, ti scrive lui. Tu solo una cosa devi fare, fatti ridare il computer. Dico, per la mail.”
Dappertutto. Mi capita di perdere il numerino del guardaroba dei locali? Cito il codice civile e mi faccio restituire il giubbino. Un marocchino cerca di vendermi la rivista Terre di mezzo? Lo allontano chiedendogli se ha l’autorizzazione. Si rompe lo scaldabagno? Chiamo la padrona di casa e cito inesistenti leggi locative e l’ISTAT quest’anno, non più del 25%.
Mi ha chiamato Tele2.
- “Pronto?”, ho risposto gentile.
- “Buonasera. Sono Paola di Tele2. Parlo con il signor Duchesne?”
- “Sono io”, ma mi ero già rabbuiato.
- “Signor Duchesne, io la chiamo per informarla di una nuova offerta che…”
- “Come ha avuto il mio numero?”
- “Pardon?”
- “Risponda. Mi dica, come ha avuto il mio numero?”
- “Io… l’elenco, l’elenco telefonico.”
- “Impossibile. Non sono sull’elenco. Ho dato disposizioni.”
- “Ma io, insomma, non saprei.”
- “Ecco, lei non sa. Allora le chiedo il piacere, si annoti il mio nome, il mio numero, e faccia in modo che siano cancellati dai vostri archivi.”
- “Ma io…”
- “Ai sensi di legge.”
- “Eh?”
- “Questa telefonata è una violazione delle normative applicabili. Lei forse sottovaluta la questione.”
- “Ma che cosa sta dicendo?”
- “I sensi di legge. Nessuno si cura dei sensi di legge?”
- “Ma lei non sta per niente bene, però. Se lo lasci dire, mi scusi. Arrivederci. Eh.”
Stare bene, sono il primo a dirlo che non sto bene.
Però ho un titolo.
Lo faccio valere.
Miriana, detta Miri, sta lavorando parecchio. È domenica ed è seduta davanti a me, tutta impegnata nelle sue faccende. Le chiedo che cosa le stanno facendo fare in questo periodo. Due diligence, cross-reference examination, bibles, risponde.
- “Ah”, dico io, “però. E clonation of paper, niente?”
- “Cosa?”
- “Fotocopie. Ma detto elegantemente.”
- “Si dice così davvero?”
- “Ma no, ti pare, ti stavo prendendo in giro.”
- “Ah.”
Non se la prende mai per nulla, fa quello che le viene detto di fare e non si lamenta. Allora, per curiosità, vado su google e digito codice, deontologia, forense. E trovo questo:
ART. 26 Rapporti con i praticanti
L'avvocato è tenuto verso i praticanti ad assicurare la effettività ed a favorire la proficuità della pratica forense al fine di consentire un'adeguata formazione.
La guardo. Non mi va di fare quello che rompe le uova nel paniere, però questo atteggiamento serafico, se da un lato lo apprezzo molto, dall’altro, mi lascia un po’ perplesso.
- “Scusa, Miri, ma non ti scoccia di essere qui la domenica a controllare che la definizione di Company sia contenuta nella premessa E e non in quella F?”
- “No, perché?”
- “Beh, non saprei. È domenica, pure una bella giornata, potresti essere al parco, per dire.”
- “Sì, ma io devo imparare.”
- “E ti pare di imparare con queste cose?”
- “Almeno sono lavori giuridici.”
- “Trovi?”
- “Nel vecchio studio una volta il mio dominus mi ha mandata al ricevimento dei professori del figlio.”
- “Al ricevimento dei professori?”
- “Sì, una mattina. Lui era in udienza. Io a parlare con la professoressa.”
- “Oddio. Questo… questo è davvero assurdo. Com’è possibile?”
- “Aveva undici anni. Si faceva già le canne.”
- “Ti dicevo. Sto leggendo un libro illuminante. Ma veramente. L’anima e il suo destino. Un certo Mancuso, mi sembra. Veramente profondo.”
- “Mmm… però non so, sono sincero, a me queste storie un po’ campate in aria, misteri, fantascienza, Codice Da Vinci, non è che mi facciano proprio impazzire.”
- “No. Questo è un saggio.”
- “Ma io non sto mettendo in dubbio l’intelligenza di sto tizio, ci mancherebbe. È proprio una cosa mia.”
- “Ma non l’autore. Il libro, è un saggio.”
- “Ah.”
- “Parla dell’aldilà, della vita eterna.”
- “Io sto leggendo un libro di Pasolini.”
- “Mi dicono sia parecchio porcello.”
- “Ma neanche tanto. Un pochino.”
- “Porcello porcello. Altrochè.”
Nicola, come compagno di stanza, non è affatto male.
E’ come un’appendice, un condizionatore che emette un sibilo leggero, una pianta grassa che non ha bisogno d’acqua, un quadro che, anche se pende storto, fa colore. E’ un ragazzo taciturno, spigoloso. Mi è piaciuto subito, fin da quando tre anni fa, mentre prendevo posto per la prima volta alla scrivania di fronte a lui, mi ha detto solo ciao sono Nicola quel faldone lì sopra è mio poi te lo sposto. Quel giorno non ha detto più nulla. E neanche il giorno dopo. Il terzo giorno sono stato io a parlare. Senti, lo metto a posto io il faldone, ok?. Ok, ha risposto lui.
A saperlo prendere, però, col tempo mi ha regalato diversi piccoli grandi momenti.
Una volta l’ho scoperto seduto sul gabinetto del bagno grande. Ho aperto la porta sovrappensiero e l’ho trovato seduto, con lo sguardo fisso sulle piastrelline, che pensava a chissà cosa. Scusa, ho detto, mettendomi un braccio davanti agli occhi. Poi ho tolto il braccio e sono rimasto a guardarlo. Nicola stava seduto un po’ di sbieco per coprirsi, con le gambe strette, e mi ha detto vuoi chiudere. Beh, Nicola, gli ho fatto presente, però non si fa così, devi fare attenzione, se fosse entrata Valentina (Nicola ha po’ un debole per Valentina, la mia segretaria). Nicola è diventato rosso e ha detto chiudi cavolo. Io allora mi sono allontanato, lasciando aperto. Per ridere. Più tardi, tutto arrabbiato, mi ha detto che aveva dovuto alzarsi, chiudere e risedersi. Era uno scherzo dai, ho cercato di alleggerire. Non mi ha parlato una settimana intera.
Un’altra volta ha messo in vivavoce ed ha chiamato suo papà imitando la voce di Pierpaolo, il ragazzino degli Squallor, rifacendo alla meglio la cadenza napoletana. Casa Baratti Borotti Baratti Boffa? Ti ho beccato, facevi dire dalla segreteria telefonica che non c'eri e invece ci sei e ora ti volevo dire mi servono cinquanta milioni di dollari che qui a Milano si spente pesanta, pesanta, pesanta... Suo padre ha messo giù quando Nicola stava dicendo no, non state in pensiero per me ch'a io mi diverto sempre ch'a faccio paura. Mi è sembrato che dicesse qualcosa come Ho un figlio disgraziato.
Sono tutti ricordi che mi tornano alla mente ora, davanti a questa piccola praticante arrivata da poco e collocata sulla poltroncina che fu di Nicola, spedito, invece, al secondo piano. Si chiama Miriana, ma dice che bisogna chiamarla Miri, che lei se sente Miriana non si volta nemmeno. Le ho detto che per me non c’è problema, ma se la chiama Giuseppe, il mio capo, farà bene a voltarsi non solo se la chiama Miriana, ma pure se la chiama Donatella o Attaccapanni, o Yhatruwzz. Ah ah ah, ha replicato lei, attaccapanni, ah ah ah, no dai, comunque chiamatemi Miri.
Stamattina trafficava con lo scotch. Ha appiccicato una piccola immaginetta di Padre Pio sul bordo del desktop. Il santino va a fare il paio con il salvaschermo che passa in loop sei o sette foto di George Clooney. Clooney con il cappello. Clooney con il sigaro. Clooney con i baffi. Clooney semplice. Ancora baffi. Figura intera.
- “Ma che fai? Attacchi Padre Pio?”
- “Il sacro e il profano”, mi ha detto compita. “Il sacro è Clooney, ovvio” e si è messa a ridere rumorosamente. Poi si è ricomposta e si è tranquillizzata: “No, scherzo, però mi dà serenità”.
- “Ma chi, Padre Pio”?
- “Ancora con ‘sto Padre Pio, cacchio no. CLOONEY!”
Ho provato nostalgia.
Prima
Stamattina sono stato dal dentista.
Io, di salute, sto abbastanza bene. Perlomeno rispetto alla gente che mi circonda. Nicola, per esempio, ha l’ernia del disco. Gli dico Nicola hai 32 anni, l’ernia del disco, dai. Lui si rabbuia, poi risponde guarda che l’ernia può venirti anche a 26 anni non conta l’età. A lui è venuta a 26 anni.
Ma io, invece, sto abbastanza bene.
Se non fosse per i denti. Sono due settimane che mi fanno male i denti. Non un dente. Proprio tutti i denti. E anche i muscoli della mascella. Finché si tratta di mangiare le castagne secche, è normale, per essere dure, sono dure. Ma domenica sera ho mangiato i fagolosi e ho avuto i dolori tutta la notte. C’è qualcosa che non funziona.
Così stamattina sono stato dal dentista. Mi ha guardato in bocca e, mentre si toglieva i guanti, ha annuito tra sé e sé dicendo infatti infatti. Mi ha guardato. L’ho guardato. Stava lì, col viso cupo ma soddisfatto. Poi ha detto: è arrivato il momento. Io sapevo già dove voleva andare a parare, lo sapevo ancora prima di sedermi sulla poltrona. Lo conosco da 24 anni. Sono 24 anni che ci prova. Vuole togliermi i denti del giudizio. Non lo so, forse i denti del giudizio lo innervosiscono, forse gli ricordano qualcosa della sua giovinezza, un amore finito male, la nonna malata. Qualcosa ci deve per forza essere visto che li fa togliere a tutti. Nella mia famiglia, non c’è più un dente del giudizio neanche a pagarlo. Mia madre, mio padre, mia sorella, tutti privi. Con me non ce l’ha mai fatta. Io ho paura. E la scusa poi mangi il gelato, con l’età che ho, non è che aiuti molto.
Così gli ho detto: ma non sarà bruxismo?
Il bruxismo è una malattia che ho sentito nominare per la prima volta da una mia collega che ne soffre. Consiste nel digrignare i denti tutta notte, rovinando lo smalto a lei, il sonno a chi è le vicino. Dice che è dovuta allo stress. Ma che brutta roba ho detto. Ma no è come l’herpes mi ha detto la mia collega. Lei, infatti, ha anche l’herpes.
- “Potrebbe essere bruxismo”, ho ripetuto, provando a distoglierlo dai denti del giudizio.
- “Ma perché, tu digrigni i denti nel sonno?”
- “No, non lo so. Faccio per dire.”
- “Eh, eh, eh…”
- “Perché ride?”
- “Eh eh eh…”
- “Non capisco.”
- “Penso alla persona che se ne è accorta… mentre tu dormivi.”
- “Io dicevo per dire.”
- “Mi ricordo che eri un pupetto alto così e ora… eh eh eh…”
E ha fatto la faccia sorniona, dandomi dei colpetti sulla guancia con lo specchiettino. Poi si è rimesso i guanti, ha guardato i denti di nuovo e ha detto no. Ho un’infiammazione alle gengive causata dai denti del giudizio che non sono usciti e a questo punto evidentemente vanno tolti. Sinflex due giorni. Augmentin una settimana. Poi si opera.
Eh eh eh…
- “Ride per i denti o per l’altra cosa?”
- “Entrambi.”
Seconda
Sull’autobus, arrivando in studio, ho fatto un incontro.
L’autobus era quasi vuoto. Alle dieci del mattino ci sono solo pensionati in giro a Milano. Non occupano molto spazio. Io ero seduto nel posto sopra la ruota, quello che sta in alto. Guardavo un vecchietto con la borsa della spesa, seduto all’altro lato. Questo vecchietto continuava a ispezionare la borsa. Penso che si fosse dimenticato qualcosa visto che aveva un’espressione davvero preoccupata. Mi sono immaginato sua moglie al ritorno. Brutto pezzo di un brutto deficiente, il latte, scremato doveva essere, e questo salmone scade tra tre giorni e il pesce noi lo mangiamo domenica, e chi ti ha autorizzato a prendere i budini alla soia che il medico ti ha vietato gli esperimenti. Povero vecchietto, pensavo. Cominciavo a sentirmi coinvolto. Stavo quasi per avvicinarmi a lui e chiedergli se avesse bisogno di aiuto, quando ho incrociato un viso noto.
Sul mio stesso autobus, c’era Cacciari.
Il filosofo.
Il sindaco di Venezia.
Ora, so che non stiamo parlando di chissà quale vip, però, insomma, vedere Cacciari sul pullman a me ha fatto ridere. Per di più si teneva stretto agli appigli mobili. Ho lasciato stare i pensieri del vecchietto e ho cominciato a fare tutta una serie di congetture su Cacciari che si teneva agli appigli mobili. Ho pensato che io – avvocato – appena sono salito sul pullman, sono andato a sedermi nel primo posto libero, già stanco alle 10.15. E invece Cacciari – filosofo – stava lì, fiero, in piedi, con eleganza, guardando fuori alla ricerca della fermata giusta, stringendo il suo appiglio mobile. Proprio un filosofo. E per di più con un librone di Plotino sottobraccio. E questo fatto è anche abbastanza ridicolo. Proprio uno stereotipo. Come se io andassi in giro con un codice civile commentato sotto l’ascella. Cacciari aveva Plotino sottobraccio.
E’ stato allora che mi è venuta in mente quella storia pruriginosa di tradimenti e relazioni clandestine. Il famoso triangolo Berlusconi-Lario-Cacciari. Io non sono uno che abitualmente si interessa ad argomenti di questo genere, però quella vicenda mi è sembrata sempre abbastanza succulenta. Guardo Cacciari, con questa barba un po’ furbetta, l’occhio vispo, Plotino sotto il braccio. Possibile che si rimanga sedotti da uno così? Possibile sì.
Allora ho pensato adesso mi alzo e vado a chiedergli “ma è vero che…” e poi faccio la faccia sorniona, la stessa del mio dentista. Sicuro non mi risponde, ma se fa anche lui la faccia sorniona, sono a posto.
E’ finita che mi sono avvicinato e ho detto solo Ma lei è Cacciari?. Sì ha risposto lui e ha fatto come finta di dover scendere alla prossima. Complimenti è stata l’unica cosa che sono riuscito ad aggiungere. Mi era venuta un po’ di vergogna. In fondo, dentro di me, sapevo che alla fine non sarei mai riuscito a fare una domanda così stupida. Credo di avere fatto la figura dell’alcolizzato.
Quando sono arrivato in studio, ho detto:
- “Giuseppe, sai chi ho visto?”
- “Chi hai visto?”
- “Cacciari.”
- “Cazzo è Cacciari?”.
- “Il filosofo.”
- “Quello che si tromba la moglie di Berlusconi?”
- “E dai, Giuseppe, son pettegolezzi.”
Mi è dispiaciuto dover rispondere così. Se avessi avuto un pochino di coraggio in più sul pullman, avrei potuto ribattere con certezza proprio lui. E fare la faccia sorniona.